giovedì 15 marzo 2012

All the rowboats

Ovvero: al museo... senza Ben Stiller!


 
Tutte le barche a remi, nei dipinti
Cercano continuamente di remare via
e le facce preoccupate dei capitani
Restano contratte mentre fissano le onde
Continueranno a restare appese, nelle loro cornici d’oro
Per l’eternità e ancora
Tutte le barche a remi, nei dipinti ad olio
Cercano continuamente di remare via

 Le ascolto sussurrare in francese e tedesco
olandese, italiano e latino
Quando nessuno guarda, tocco una scultura
di marmo, fredda, e morbida come raso
Ma le più speciali sono le più sole
Dio, provo pena per i violini
In bare di vetro, continuano a tossire
Hanno dimenticato, dimenticato come cantare, come cantare

 Prima si spegne la luce, poi si chiude a chiave
Capolavori scontano massime pene
è la loro colpa per essere senza tempo
C’è un prezzo da pagare, ed una conseguenza
Tutte le gallerie, i musei
"Questo è il tuo biglietto, benvenuto nelle tombe!"
Sono solo un mausoleo pubblico
I morti viventi riempiono ogni stanza
Ma i più speciali sono i più soli
Dio, provo pena per i violini
In bare di vetro, continuano a tossire
Hanno dimenticato, dimenticato come cantare, come cantare

 
 
(E nel nuovo disco c'è)

Che iddio ti cerry!

martedì 6 marzo 2012

Fiori di carezze e parole pizzicate

non tutti fanno male
parlano
alcuni parlano
a chi li sa ascoltare
a chi ha il tempo e la pazienza
di accorciare una distanza
piano
con te ho imparato
piano
ad ascoltar parole mute
a far parlare gli occhi e
tanto
con te ho giocato
tanto
la danza dei silenzi
e quell'urlo a bocca chiusa
pizzicando dolci pizzicotti

da un altro dove
e un altro tempo
ho letto poi sillabe di te
e fiori di carezze fra i capelli
come un pizzicar di parole nostre
mute riconosciute e amate
Vuoi giocare con me?
Sì ti rispondevo e ancora ti risponderei
mentre da qui ti parlo
e un piccolo topo corre su quel prato che ci avevi regalato

(grazie a Marika)

Che iddio ti cerry!

venerdì 2 marzo 2012

Tii nni vai puisia

E' mai sempre questa la scrittura, è l'informe incandescente che s'informa, il suo freddarsi, il trapassare stilla a stilla nel segno, suono, nel senso decretato, nella convenzione, nella liturgia della parola? E' canto, movimento, pàrodo e stàsimo per liberare pena gioia furia rimorso, mostrare nella forma acconcia, nella più bella la tempesta? E' malizia, compromesso, cedimento, riconciliazione con il mondo? Oh anima sfuggente, oscura, oh fondo tenebroso.
E' menzogna l'intelligibile, la forma, o verità ulteriore?
Ma prima è l'inespresso, l'ermetico assoluto, il poema mai scritto, il verso mai detto. E' il sibillino, il mùrmure del vento, frammento, oscuro logo, profezia dei recessi. E' la ritrazione, l'afasia, l'impetramento la poesia più vera, è il silenzio. O l'urlo disumano.

Il 21 gennaio di quest'anno è morto Vincenzo Consolo, siciliano di Milano. Le sue parole restano. Parole che invitano alla cura, a una scrittura attenta, generosa, sinfonia di sillabe e festa del suono che si fa senso.

"codesto tuo odio è cosa buona. Lavoreremo insieme, Marano. Ho saputo che sai scrivere. Faremo un giornale nostro in Tunisia, per gli esiliati, per i compagni in patria. Prepariamo così il momento dello sbarco nell'isola, del nuovo Vespro..." E improvviso, esaltandosi, cambiando tono, "Viva l'Anarchia! Pensiero e dinamite!" fece urlando quasi. "Noi saremo come la Morte ghignante del Trionfo, la bayadère sans nez sul pallido cavallo che irrompe nel giardino della danza, torno alla fontana dei piaceri, dell'incanto, infreccia papi vescovi abati, re e principi, dame e cortigiani, paggi e scudieri, infreccia cadaveri disfatti, fermenti di pesti, vermi, covi d'infezioni... C'est la Mort qui console, hélas! et qui fait vivre... Infrecceremo Chiachieppe il nano, il bastardo, ogni Savoia, ogni rampollo dell'infame stirpe, il Ganellone truce di Predappio, i suoi sgherri, ogni servo marcio, serpente feudale di Sicilia, plutocrate del nord, tutto lo sbirrume, il borghesume, i vassalli idioti dello stato, i sozzi bottegai, i bacchettoni, gli ignoranti... Stermineremo tutti, presto, libereremo l'Italia dal potere lordo di sangue, fango...

            "Ruggite o miserie dai petti ventenni
            Squillate campane dei Vespri solenni
            E' questa la grande riscossa finale
            Del bene e del male la pugna fatal...

Tieni, leggi!" disse mettendo in mano a Petro un libro. "Ci ritroviamo domattina per lo sbarco."
Petro costernato aveva visto ancora in quel vecchio la bestia indomita. La bestia dentro l'uomo che si scatena e insorge, trascina nel marasma. La bestia trionfante di quel tremendo tempo, della storia, che partorisce orrori, sofferenze.
Doveva sfuggire a Schicchi, a ogni altro. Nella nuova terra sarebbe stato solo come un emigrante, in cerca di lavoro, casa, di rispetto. Solo ad aspettare con pazienza che passasse la bufera.
Si rifugiò al coperto, dentro il salone ov'erano ammassati arabi, emigranti, arresi al sonno, russanti, in un tanfo spesso. Si stese in mezzo e ritrovò calore, agio per la notte.
Fu svegliato dal fischio, dal trambusto sulla nave. Corse alla murata e gli apparì, nei vapori sul gran golfo, sulla laguna, il castello bruno, le mura della Kasbah, le case bianche e azzurre, le cupole i minareti, le palme i pini le acacie, i gabbiani i fenicotteri, e i bastimenti i velieri dentro il porto.
Cominciava il giorno, il primo per Petro in Tunisia.
Si ritrovò il libro dell'anarchico, aprì le mani e lo lasciò cadere in mare.
Pensò al suo quaderno. Pensò che ritrovata calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro.
Avrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore.




 Che iddio ti cerry!

lunedì 27 febbraio 2012

Il disgelo

Quest'anno la primavera è cominciata il 25 febbraio. 

Ha la luce del sole sulla neve di lassù, 
dove stava Stava e ancor ci stà.
Ha i colori dell'avviso alle navi.
La scoperta che una casa, senz'acqua, muore
e la gioia del disgelo dentro ai tubi.
 Ha le parole del filosofo ignoto e tante altre, nuove.
E anche quelle vecchie, tra i suoni fortissimi dei sette anni
e le sedie di lillà.
"Vincenzo io ti ammazzerò
sei troppo stupido per vivere..."

 Che iddio ti cerry!

venerdì 17 febbraio 2012

We take care of our own



Che iddio ti cerry!

giovedì 16 febbraio 2012

PLAisir d'amour



Che iddio ti cerry!

mercoledì 8 febbraio 2012

Non sappiamo più piangere di felicità

Le parole, parole d'amore, i ti amo e tutte quelle altre frasi sdolcinate e puerili che si dicono quando si è innamorati avevano a poco a poco perso consistenza. Evocavano ormai soltanto dei ricordi. Dei brandelli di ricordi. La loro sostanza, la carne di tutte quelle parole d'amore si era putrefatta nel corso degli anni. Che significava amare senza i baci, senza le carezze, senza il piacere reciproco che uomo e donna si offrono fino a sfinirsi, fino a quel limite estremo, segreto, ultimo, in cui la parola si annulla in un grido e solo le lacrime parlano?
Jean-Claude Izzo


"E adesso dove stavi andando?"
"A vedere il mare"
Mi ha sorriso.
"Il mare è sulla mia strada"
Ha preso il carrello e si è incamminato lentamente. Io l'ho seguito. Tanto, non avevo un cazzo da fare.

Che iddio ti cerry!